Articolo della Dott.ssaMichela Musolino, Psicologia e Formatrice
I compiti a casa diventano spesso il campo di battaglia quotidiano. Vediamo strategie pratiche e realistiche per ridurre lo stress, migliorare l’organizzazione e trasformare (quando possibile) i compiti in un momento più sostenibile per tutti.
Compiti a casa: perché sono così difficili?
Fare i compiti non è quasi mai un momento semplice o piacevole. Diciamolo chiaramente: a meno che non si tratti di un ragazzo o bambino particolarmente motivato o appassionato, i compiti diventano spesso un terreno di scontro quotidiano. Quello che sulla carta dovrebbe essere uno spazio di autonomia, consolidamento e scoperta si trasforma, nella realtà, in un momento carico di tensione, fatica e conflitto.
Quando poi parliamo di bambini o ragazzi con Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività o Disturbo Oppositivo Provocatorio, la situazione si complica ulteriormente. Si entra facilmente in un circolo fatto di richieste, rifiuti, discussioni, escalation emotive e stanchezza, da ambo le parti.
Spesso l’adulto si trova a pensare: “basterebbe che si impegnasse di più”. In realtà, nella maggior parte dei casi, non si tratta di volontà, ma di funzionamento.
Nell’ADHD, ad esempio, il cervello fatica a regolare attenzione, impulsi e organizzazione. Questo significa che azioni che per altri sono automatiche, richiedono uno sforzo costante e volontario: iniziare un compito, restarci dentro, capire da dove partire, decidere quanto tempo dedicarvi, gestire le distrazioni.
Anche la pianificazione diventa complessa:
“Da dove inizio?”
“Quanto tempo ci metto?”
“Posso rimandare a dopo?”
Sono domande che sembrano semplici, ma che in realtà richiedono molte risorse cognitive. E quando il compito è poco motivante, come spesso accade, tutto diventa ancora più faticoso.
Un bambino o un ragazzo con ADHD sta quindi gestendo contemporaneamente molte richieste: concentrarsi, organizzarsi, iniziare, restare sul compito, ignorare le distrazioni, controllare gli errori. È facile capire perché questo momento possa diventare rapidamente stressante anche per tutta la famiglia.
Nel DOP il quadro è diverso, ma altrettanto complesso. Qui il problema riguarda la dimensione relazionale ed emotiva. La richiesta dell’adulto può essere vissuta come una pressione, un’imposizione, qualcosa che attiva immediatamente opposizione o rifiuto. Spesso è una reazione emotiva legata al senso di costrizione e alla difficoltà a tollerare la frustrazione.
In molti casi, però, c’è anche un aspetto più interno e meno visibile: una bassa autostima. Alcuni ragazzi oppositivi hanno una voce interna che dice: “tanto non ci riesco”, “non sono capace”, “andrà male comunque”. E allora, per non esporsi al fallimento, scelgono di non iniziare proprio, oppure di rifiutare subito il compito.
Questo comportamento, che dall’esterno appare provocatorio o “di sfida”, a volte è in realtà una forma di protezione: se non provo, non fallisco.
Ed ecco che il pomeriggio dei compiti può diventare facilmente un’escalation:
- il bambino fatica a iniziare e a organizzarsi
- si sente frustrato o sopraffatto
- reagisce con opposizione o rifiuto
- l’adulto aumenta la pressione
- il conflitto cresce
E il compito, da semplice attività scolastica, diventa il centro di una dinamica relazionale molto intensa.
Allora cosa si può fare?
Quali strategie concrete possono aiutare a rendere questo momento più gestibile, per il bambino e per l’adulto?
Vediamole insieme, passo dopo passo.
Prima di iniziare: preparare il terreno
Una parte fondamentale, spesso sottovalutata, è che le difficoltà con i compiti non iniziano quando il bambino si siede alla scrivania. In molti casi iniziano prima ancora di aprire il libro.
Spesso il momento dell’avvio è il più delicato. È il passaggio tra “quello che stavo facendo” e “adesso devo iniziare qualcosa che richiede fatica e regolazione”. E questo passaggio, da solo, può attivare blocco, resistenza o conflitto.
Per questo, spesso è utile preparare bene tutto ancora prima di iniziare.
- Costruire una routine stabile.
Può essere utile costruire una piccola sequenza fissa, visibile. Non deve restare nella testa dell’adulto, ma diventare qualcosa che il bambino può guardare e seguire.
Per esempio una checklist o una mini-scaletta attaccata alla scrivania:
- a che ora inizio
- cosa preparo
- quali compiti ho oggi
- cosa mi serve
- quanti blocchi di lavoro
- quante pause
Questo aiuta molto perché riduce il continuo “cosa devo fare adesso?” che spesso genera blocco o opposizione.
- Da dove iniziare?
Un altro punto chiave è proprio l’inizio del lavoro.
Non esiste una regola valida per tutti, ma alcune logiche possono aiutare:
- prima le materie urgenti (verifiche, consegne)
- poi le materie più difficili
- poi quelle più semplici o veloci
- infine eventuali attività più creative (disegni, tavole, ecc.)
Anche questo schema dovrebbe essere ben visibile nella stanza dell’alunno. Detto questo, è importante personalizzare lo schema: alcuni bambini hanno bisogno di iniziare da ciò che percepiscono come più facile o più piacevole per “agganciarsi” al compito.
- Il “percorso dei compiti”
Un’idea molto utile è costruire su un foglio un vero e proprio percorso visivo:
- da dove parto
- quali tappe devo attraversare
- dove arrivo
Ogni compito diventa una tappa, non un blocco unico e indefinito. Questo cambia molto la percezione: si passa da “devo fare tutto questo” a “faccio un pezzo alla volta”. E ogni tappa completata ha un effetto importante: aumenta la sensazione di riuscita e riduce la tendenza al rifiuto.
Un aspetto fondamentale è la ripetizione: più questo schema viene usato, più il bambino lo interiorizza e inizia a utilizzarlo in autonomia anche in altri contesti.
Rendere tutto visibile
Un altro aspetto fondamentale è rendere l’organizzazione concreta e sempre sotto gli occhi. Per molti bambini e ragazzi con ADHD o DOP questo fa una grande differenza, perché il carico principale non è “capire cosa fare”, ma tenere tutto a mente. Allo stesso modo, nei ragazzi con Disturbo Oppositivo Provocatorio, la chiarezza esterna riduce anche le aree di conflitto: meno ambiguità, meno discussioni, meno “ma non sapevo / ma non era chiaro/ma mi avevi detto che”.
Gli strumenti pratici
- calendario visivo della settimana
- orario di scuola (giorno per giorno)
- orario settimanale delle attività extrascolastiche
- schema fisso dei compiti del giorno
Non devono essere strumenti complicati. Anzi: più sono semplici, più funzionano.
Perché è così importante?
L’idea centrale è togliere il carico dalla testa e posizionarlo all’esterno fuori, possibilmente in ordine.
Se un bambino deve ricordare:
- che giorno è
- che compiti ha
- quando li deve fare
- quanto tempo ha
- cosa viene prima e cosa dopo
sta già usando tantissime energie prima ancora di iniziare.
Quando invece tutto questo è visibile:
- non deve ricordare, ma guardare
- non deve organizzare tutto da zero, ma seguire una traccia
- non deve chiedere continuamente, ma orientarsi
Meno confusione, meno conflitto
Un aspetto spesso sottovalutato è che la confusione genera tensione. Quando non è chiaro cosa fare o da dove iniziare, aumentano:
- evitamento
- opposizione
- richieste continue all’adulto
La chiarezza visiva, invece, abbassa il livello di attivazione emotiva e riduce anche le occasioni di scontro.
Nel tempo, questi strumenti non servono solo a “gestire i compiti”, ma diventano un modo per costruire autonomia.
Il bambino impara gradualmente a:
- orientarsi nella settimana
- anticipare ciò che deve fare
- organizzare i tempi
- seguire una sequenza senza essere guidato continuamente
E questo è uno degli obiettivi più importanti del lavoro educativo.
La gestione del tempo
Per alcuni bambini e ragazzi, soprattutto con ADHD, può essere utile rendere anche la gestione del tempo più concreta e visibile.
A volte possono essere utili degli strumenti semplici, come le carte, da costruire insieme, in modo da rendere tutto più divertente e creativo:
- carte pausa
- carte pit stop (acqua, bagno)
- carta merenda
Il bambino, dopo aver automatizzato il valore del tempo a disposizione, può in autonomia gestirlo e riuscire a dare forma a qualcosa che altrimenti diventa impulsivo o caotico. In questo modo anche le pause non interrompono il lavoro in modo disordinato, ma diventano parte del sistema.
Il valore delle pause
Le pause non sono una perdita di tempo, ma un vero e proprio strumento come gli altri.
Se si prova a “tenere duro senza pause”, spesso succede l’opposto di quello che si vorrebbe ottenere:
- cala la concentrazione
- aumenta la frustrazione
- cresce la fatica
- e inevitabilmente aumenta anche il conflitto
Quando si è troppo sotto sforzo, inoltre, è più facile arrivare allo scontro. Le pause, invece, funzionano come una sorta di “reset”: abbassano la tensione e permettono di ripartire senza arrivare al punto di rottura.
Non tutte le pause funzionano allo stesso modo. Quelle più efficaci sono brevi, ma davvero rigenerative: alzarsi dalla sedia, bere o mangiare qualcosa, muoversi un po’, fare un’attività molto semplice e veloce. Quando possibile, meglio evitare telefono, tablet o videogiochi durante le pause. Questi stimoli sono molto attivanti e rendono difficile la ripresa del compito. Spesso la pausa “si allunga senza accorgersene” e il rientro diventa ancora più faticoso, aumentando resistenza e opposizione.
Trovare la motivazione
Ma è vero che la motivazione o ce l’hai o non ce l’hai? No. La motivazione si costruisce passo dopo passo e aumenta in base ai successi, al senso di autoefficacia, ai risultati personali ottenuti giorno dopo giorno. Ecco alcune leve che possono “aiutare” la motivazione:
• Scegliere da dove iniziare
Anche una piccola scelta (“iniziamo da italiano o matematica?”) restituisce un senso di controllo. E questo, spesso, abbassa immediatamente la resistenza.
• Usare piccoli timer o sfide con se stessi
Dire “facciamo 10 o 15 minuti e poi vediamo” è molto più sostenibile rispetto a “facciamo i compiti”.
Il tempo breve riduce la fatica anticipata e rende il compito più affrontabile.
In alcuni casi funziona anche trasformarlo in una sfida personale:
“Vediamo quanto riusciamo a fare in 10 minuti”.
• Prevedere un rinforzo finale
Possono essere un momento insieme al genitore, un gioco, un’attività piacevole, una pausa libera dopo il lavoro. L’idea è semplice: finisco qualcosa di faticoso e succede qualcosa di positivo dopo.
Quando arriva l’opposizione
Nei bambini e ragazzi con Disturbo Oppositivo Provocatorio il momento dei compiti può facilmente diventare molto più di una semplice richiesta scolastica. Spesso il problema diventa la dinamica che si attiva attorno alla richiesta. La frase “devi fare i compiti” può essere vissuta come una pressione, una perdita di controllo o una sfida. E a quel punto si accende la lotta di potere: l’adulto insiste, il bambino si oppone. Il rischio è che il compito diventi secondario. Al centro non c’è più l’esercizio di matematica, ma “chi vince la situazione”.
Abbassare temporaneamente la richiesta
A volte, ridurre l’intensità iniziale aiuta a “disinnescare” la reazione. Può essere utile iniziare in un modo più graduale: cominciare da una parte più piccola del compito, ridurre la quantità iniziale, proporre un primo passo molto semplice.
Un altro elemento molto utile è offrire una scelta guidata. Per esempio:
- “Preferisci iniziare da italiano o matematica?”
- “Vuoi fare prima questo o quest’altro esercizio?”
La scelta può aiutare a ridurre la sensazione di imposizione e abbassare la resistenza.
Riconoscere l’emozione
Un passaggio spesso sottovalutato è quello emotivo. Frasi semplici come: “So che non ti va” “Capisco che sei stanco”“Vedo che è difficile iniziare”aiutano a ridurre la tensione relazionale.
Il ruolo della calma
Una delle cose più difficili, ma anche più decisive, è la regolazione dell’adulto. Quando l’adulto entra nella stessa escalation emotiva, il sistema si amplifica. Quando invece riesce a restare più stabile (anche se non perfettamente calmo), diventa un punto di riferimento che aiuta a ridurre il conflitto. Non è semplice, soprattutto nella quotidianità. Ma spesso è proprio questo elemento a fare la differenza tra una battaglia che si accende e una situazione che si riesce a contenere.
Quando può essere utile un aiuto esterno
Ci sono situazioni in cui, nonostante l’impegno, le strategie e la buona volontà, il momento dei compiti continua a essere molto faticoso. Se ogni giorno si trasforma in uno scontro, se il bambino accumula frustrazione o se il clima familiare ne risente, può avere senso fermarsi e chiedersi: serve un supporto in più?
Affidarsi, per esempio, a un tutor o a un professionista non è un fallimento educativo, ma una scelta funzionale. Una figura esterna ha alcuni vantaggi importanti: non è coinvolta emotivamente come il genitore, può proporre strategie specifiche e spesso riesce a entrare in relazione con il bambino in modo diverso, riducendo le dinamiche oppositive.
Un tutor esperto (soprattutto se formato su ADHD e difficoltà comportamentali) può aiutare a:
- strutturare il lavoro in modo più efficace
- insegnare strategie di studio concrete
- sostenere la motivazione
- lavorare sull’autonomia, passo dopo passo
In alcuni casi, può essere utile anche confrontarsi con uno psicologo o con chi segue il bambino, per costruire una linea comune tra casa, scuola e intervento educativo.
Servizio Consulenza
Sapere Più, attraverso la Dottoressa Michela Musolino, Psicologa specializzata nell’età evolutiva e psicoterapeuta familiare in formazione, gestisce il servizio di ascolto per genitori, tutor dell’apprendimento, insegnanti di bambini ed adolescenti con ADHD e/o Disturbo Oppositivo Provocatorio.
Forniamo anche un servizio di parent training per le famiglie su richiesta.
Sapere Più propone Corsi di formazione online riconosciuti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito in ambito ADHD e DOP
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